giovedì 26 aprile 2012

Silence.

''Credo nel valore del silenzio.
Non quello melanconico.
Solo assenza.''

Sto zitta, davanti il mio sadico lanternino. Penso e riconto i masochistici secondi che ho passato ad amare tutto ciò che non è mai esistito. Diciotto anni sono lunghi da pensare.
Ci sono quei vuoti primitivi che lasciano a metà la mia tortura giornaliera. Sporadici momenti che dipingono le mie pareti spoglie, a colori vivaci. Da dove ho inizio? E dove avrò mai fine? Non riesco mai a ricordare i sorrisi. Ricordo il punto in cui qualcosa si è spezzato e ha lasciato una povera e misera figurina in bilico fra l'ingenuità e la consapevolezza.
Non è tristezza, solo nostalgia di un tempo in cui la semplicità non era un sogno famelico. Eppure quel tempo, il mio; di chiunque, è stato dimenticato. Siamo davvero nati per dimenticare e desiderare? Sono io la bambina stupida che ogni sera cerca una coccola?


Sono dannatamente piccola.

domenica 22 aprile 2012

L'infinito che tende al limite.

Odio la matematica.
Così presuntuosamente sicura della propria logica.
Così dannatamente coerente.
In confronto sono un difetto.
Forse per questo il mio piccolo e misero cervello si ostina a non capirne i meccanismi.
Forse è solo invidia.
Invidio la noiosissima perfezione, dopo tutto questo tempo passato ad essere una macchia, un errore insignificante.
Dov'è il limite fra l'egocentrismo ed il nochilismo?
A me sembrano sinonimi di una stessa malattia.
Al centro della mia attenzione c'è il nulla: io.
In quanto nulla, non posso averne cura, così mi prendo cura degli altri.
Ma gli altri sanno vedere il nulla?
L'insignificante inizia e finisce in ogni mia parola.
 Il mio è un personalissimo inutile vuoto che nessuno sa amare.
Ho solo un senso di colpa che mi pesa sul cuore, ed è quello di somministrare la mia velenosa presenza a chi mi posa gli occhi addosso.
Sarà banale, ma è vero che ogni cosa che tocco deperisce e muore.

Silenziosamente.

Come silenziosamente mi somministro male liquido.

martedì 17 aprile 2012

Suppongo d'essere qualcosa di misero.

17 Aprile 2012

Oggi sono cinque anni.
Per quanto mi sforzi, non riesco nemmeno a piangere.
So solo che c'è una voragine nel mio petto. Un'enorme finestra che affaccia sui miei disastri, sulle mancanze che sanno radermi al suolo.
Ha chiuso gli occhi. Dolorosamente. Senza dignità. Non ho nemmeno la fortuna di poter credere sia in un posto migliore.
Adesso è cenere e terra; mentre io resto qui, egoista ed infantile, a ripensare a quanto piccola possa essere la mia esistenza di fronte l'innaturalezza della vita.
Oggi è quell'unico giorno in cui non riesco a tenere sotto chiave quell'agrodolce dolore, e più passa il tempo, più picchia forte. Avrei mai potuto fare qualcosa per farle decidere di restare qui? A darmi consigli? A prendermi a schiaffi per ogni taglio?
Non m'è stato concesso il diritto, così resto arrabbiata. Non voglio vedere il tumulo che la soffoca. Resto nel mio silenzio; nel cuore di pietra che tutti mi disegnano qui in mezzo (si, mi sto toccando il torace).
Sono ancora una bambola fredda e smorta. Una misera porcellana da quattro soldi. Forse per questo ha preferito andar via, ma è il mio egocentrismo a parlare.
Avrei voluto qualcosa di più raffinato e sottile, per lei. Non che la morte possa mai esserlo, ma abituarmi a vederla sparire un po' alla volta mi ha lasciato troppo tempo per maturare odio e rabbia; ancor più di quello naturalmente prodotto da un'adolescente.

Mi manca.
Egoisticamente,
arrabbiatamente,
delusamente,
infinitamente,
infantilmente
mi manca.

giovedì 12 aprile 2012

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Voglio velocità.
La tessa che mi ha sbattuto il cuore in gola per non deglutire le precoci amarezze.
Voglio una sella e chilometri di strada.
Voglio una canzone; una delle mie; una che mi spacchi i timpani; una che mi dica che rumore fa il silenzio.
Voglio dirmi presente; voglio vedermi futuro.
Voglio prendere a calci quello che mi fa male e correre via.
Sentire la libertà tagliarmi la pelle.

venerdì 6 aprile 2012

Io le amo, di quell'amore un po' folle chiamato ''amicizia''.

Sono forse un po' troppo spesso triste.
Forse non dico mai di cosa mi renda felice, perché nell'uso comune si preferisce sottolineare i dolori piuttosto che i raggi di sole.
Io ne ho tre.
Oltre i miei genitori ed il mio fratellino (la gioia di tutta una vita), ho un'altra famiglia. Un po' sgangherata, ma speciale.
Sono tre persone talmente complicate, da risultare semplici a prima vista; come i diamanti grezzi: avvolti dal loro strato nero e duro, tegono nascosto tutto il loro valore.
Frà è quella che conosco da più tempo. Sembro una bambina quando scrivo di lei, una bambina romantica e sognatrice perché ispira le persone ad essere migliori. Ha la testa dura, il cuore grande, e le manine piccole e delicate. Una poetessa perfetta, insomma. Non saprei come scriverla. E' una tacita sorellanza (?) la nostra. Dal primo momento in cui ci siamo conosciute.
Poi c'è Mapi.
Lei è centoquarantanove centimetri di TNT. Ha un sorriso enorme e sincero; è piccola fuori ed enorme dentro. Un quarto di donna che non smette mai di parlare e di dimostrarti che ti vuole bene. Mi chiede sempre cosa può mai dare una ragazzina di sedici anni ad una come me. Delle volte non so come risponderle perché ci sarebbe così tanto da dire. La cosa più bella è la sua innata capacità di insegnarti a sorridere anche quando le nuvole tentano di farti del male.
Infine c'è Mì. La mia filosofa mancata preferita. Con lei si  può parlare di tutto. E' la parte razionale del gruppo. Pacata e sorridente, maniacalmente azzeccosa, con la battuta sempre pronta. Da un po' mi sto accorgendo che quando non c'è, sembra mancare un pezzo. In effetti siamo una torta. Si, siamo proprio una torta; di quelle belle, che tutti ammirano nelle vetrine, ma che nessuno osa mai assaggiare perché troppo perfette per essere solo sfiorate.

Amo i dolci, amo loro che mi rendono torta e zucchero.


Sarò stata anche superficiale e quasi infantile in questo post, ma la beltà è avere amiche che non ti fanno mai vergognare di ciò che sei.



mercoledì 4 aprile 2012

La notte.

Quattro dischi presuntuosi che inseguono un orizzonte,
belli e fragili sotto il peso del cielo.

Poi cala il silenzio.
Finiscono le grida gioiose;
resta il vento a cullare timidi sogni
e folli paure
e taciuti desideri.

Restan soli gli uomini con le lacrime infami;
restan sole le donne con i loro secchi ventri;
a marcire i bambini fra le braccia dei mostri.

La pallida dama, intanto,
canta delle sue figlie
e delle sue morti.

Un inferno di fuoco e vita,
e tutto torna a muoversi.