17 Aprile 2012
Oggi sono cinque anni.
Per quanto mi sforzi, non riesco nemmeno a piangere.
So solo che c'è una voragine nel mio petto. Un'enorme finestra che affaccia sui miei disastri, sulle mancanze che sanno radermi al suolo.
Ha chiuso gli occhi. Dolorosamente. Senza dignità. Non ho nemmeno la fortuna di poter credere sia in un posto migliore.
Adesso è cenere e terra; mentre io resto qui, egoista ed infantile, a ripensare a quanto piccola possa essere la mia esistenza di fronte l'innaturalezza della vita.
Oggi è quell'unico giorno in cui non riesco a tenere sotto chiave quell'agrodolce dolore, e più passa il tempo, più picchia forte. Avrei mai potuto fare qualcosa per farle decidere di restare qui? A darmi consigli? A prendermi a schiaffi per ogni taglio?
Non m'è stato concesso il diritto, così resto arrabbiata. Non voglio vedere il tumulo che la soffoca. Resto nel mio silenzio; nel cuore di pietra che tutti mi disegnano qui in mezzo (si, mi sto toccando il torace).
Sono ancora una bambola fredda e smorta. Una misera porcellana da quattro soldi. Forse per questo ha preferito andar via, ma è il mio egocentrismo a parlare.
Avrei voluto qualcosa di più raffinato e sottile, per lei. Non che la morte possa mai esserlo, ma abituarmi a vederla sparire un po' alla volta mi ha lasciato troppo tempo per maturare odio e rabbia; ancor più di quello naturalmente prodotto da un'adolescente.
Mi manca.
Egoisticamente,
arrabbiatamente,
delusamente,
infinitamente,
infantilmente
mi manca.
Nessun commento:
Posta un commento