Odio la matematica.
Così presuntuosamente sicura della propria logica.
Così dannatamente coerente.
In confronto sono un difetto.
Forse per questo il mio piccolo e misero cervello si ostina a non capirne i meccanismi.
Forse è solo invidia.
Invidio la noiosissima perfezione, dopo tutto questo tempo passato ad essere una macchia, un errore insignificante.
Dov'è il limite fra l'egocentrismo ed il nochilismo?
A me sembrano sinonimi di una stessa malattia.
Al centro della mia attenzione c'è il nulla: io.
In quanto nulla, non posso averne cura, così mi prendo cura degli altri.
Ma gli altri sanno vedere il nulla?
L'insignificante inizia e finisce in ogni mia parola.
Il mio è un personalissimo inutile vuoto che nessuno sa amare.
Ho solo un senso di colpa che mi pesa sul cuore, ed è quello di somministrare la mia velenosa presenza a chi mi posa gli occhi addosso.
Sarà banale, ma è vero che ogni cosa che tocco deperisce e muore.
Silenziosamente.
Come silenziosamente mi somministro male liquido.
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