sabato 29 settembre 2012

Fiocchi sparuti di neve acida.

Non sarò neve. Non ho quella candida leggiadria di una caduta invernale.
Ma ho la mia morte negli occhi.
La mia malattia è solitudine.

Prima parte dell'ennesima giornata da dimenticare:
Sfilata a Napoli.
Mi sentivo un piccolo mostro divino fra quelle figurine insensate. Tutte magrissime, inespressive, esseri che nel tempo si sono privati di ogni emozione pur di acquisire quell'occhio vitreo che le rendesse perfette.
Ho incontrato una vecchia amica, se così la si può definire. Abbiamo parlato del più e del meno, della sua taglia 36 stentata, delle mie unghie deboli, del suo ex ragazzo che la maltrattava, del mio cuore perennemente in assistenza. La giornata è passata così, su un palco, mentre la gente applaudiva il mio corpo falsamente bellissimo, ed io dentro piangevo per ogni pezzo di me.

Seconda parte dell'ennesima giornata da dimenticare:
Crisi d'ansia e sesso.
Mia madre che mi rinfaccia ogni suo sacrificio, ogni sua goccia di sudore, ogni suo dolore.
 Io che non riesco a trattenere le parole per il ciclo che non vuole arrivare.
Sbarro gli occhi e smetto di respirare.
Uno, dieci, venti secondi e vado giù.
Lei non mi vede, perché l'ho abbandonata al piano di sotto. Piango. Piango fino ad affogarmici in quest'oceano di tristezza. Piango per quel ragazzo che qualche sera fa mi ha presa e mi ha ficcato la lingua in bocca. Piango per me stessa. Piango per il desiderio di una personalità superficiale e plastificata, per non riuscire ad utilizzare l'unica arma che mi è stata data in dotazione in questo gioco sadico.


P: Scopatelo. Sarà anche piccolo, ma è carino, pieno di soldi.
L: Avrei voluto vomitargli in faccia.
P: Ti ho detto di scopartelo, poi dopo potrai anche vomitargli in faccia.
L: Credi ne potrei esser capace?
P: Tu scopatelo, dopo ci pensi e ti mordi le mani. Per adesso, SCOPATELO!

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