Sono le ferite che mi coprono viso ed anima a farmi male,
a costringere la mia mano a pugnalarti, pur di sentirmi felice, pur di sentire aria che riempie i miei polmoni.
Ci dev'essere qualcosa di perversamente sbagliato in me; un gioco di strategia senza fine, in cui gli assassini sono le stesse vittime. Non so contare i fiori gettatimi ai piedi, coperta del lutto di un un sorriso a me fin troppo caro. C'è il velo di una vita forse troppo pesante per le mie spalle gracili, che piano si piegano e involvono su di te, che hai tentato di sfiorarmi.
Io sono invulnerabile,
una fortezza d'acciaio in cui penetrano lame d'inchiostro, ma non il tuo meraviglioso sorriso che sboccia davanti ad un mio cenno.
Avrei voluto lasciarmi cadere insieme alla maschera che cercavi di strapparmi, ma sarebbe stato come togliere le ali ad una farfalla: macabro, crudele, mortale.
La bellezza che tu vedi ed ami è solo un riflesso di cui vivo e mi nutro; se gratti la superficie scintillante, la mia armatura è arrugginita e stanca. Vecchia come il feto che si porta in grembo. Quello che non ha mai imparato a parlare, a saperti amare, a sapersi felice.
Se non mi occupo la mente, se non disturbo la tua assenza, se non mi abbatto su un ricordo; lorda di colpe, m'affogo.
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