martedì 21 febbraio 2012

Una maschera per un coltello.

Oggi è Carnevale.
Il mio giorno. L'unico in cui non mi ricopro di ridicolo con la maschera che porto.
Anche questo, però, mi è stato tolto.
Come ogni singola briciola della mia adolescenza, come ogni cazzo di momento della mia infanzia.
''Non devi''; ''non puoi''; ''resta qui''; ''fossilizza e muori''.
I classici auguri di ogni maledetta festa, che dentro di me, assume le sembianze di una condanna a morte lenta e dolorosa. Mi sono fatta tatuare quattordici gabbiani ed una piuma sulla schiena perché tutti quelli che mi conoscono si ricordassero di cosa sia per me la libertà, di cosa significhi per me il verbo ''dimenticarsi''.
Invece sono qui, a scrivere su un blog di tutta la tristezza e l'invidia che mi torturano la sera mentre vedo la gente sfilare in piazza, con i loro piccoli tesori negli occhi, mentre io resto ferma ad osservarli vivere, giocare, divertirsi, smettere di pensare per qualche secondo, il tempo di uno spensierato passo falso che porta solo un sorriso; nessuna grave conseguenza.
Sto parlando delle fantomatiche ''esperienze'' che ognuno dovrebbe fare: andare al cinema, a qualche tranquilla festa fra amici, uscire il giorno di Carnevale per lanciare i coriandoli e sentirsi bambini.
Ma io non so nemmeno com'è quella sensazione.
Non so più contare gli anni che mi sento dentro e preferirei vedermi decrepita, anziché lasciarmi morire a diciotto anni, anziché guardare gli altri essere orgogliosi della propria età.
Io non sono mai stata orgogliosa di me: fingo d'esser ciò che non ho la possibilità di essere.

Quanti anni bisogna avere, quanto cervello, responsabilità, fortuna e furbizia per un secondo di vita vissuta?

Nessun commento:

Posta un commento