Stasera sono vuota, come la pagina che mi sono tenuta avanti per quasi un'ora in cerca di una qualche parola adatta con cui poterla macchiare, ma questa è una di quelle.
Non le conoscete ''quelle''?
Sono le sere in cui ti rendi conto di esserti fermato così tanto a pensare, che adesso sei vuoto e lacero e dannatamente insoddisfatto di ogni pensiero.
Mi dovrò ricostruire, una volta ancora, pur di farmi male a vedermi crescere.
Mi fa male come quella ferita che un po' tutti abbiamo fra anima e cuore, quella che ci fa piangere se viene lievemente solleticata da una parola.
Esiste una parola che, non si sa come, ti distrugge tutto lo sfarzoso palazzo di sabbia che ti eri costruito.
Nessuno lo sa. E' un tacito accordo, silenzioso come la notte capricciosa, che s'instaura tra te e chi ti guarda negli occhi. ''Come fai a sapere dove farmi male?'' ''Abbatti la scure su quel che di vuoto m'atterrisce, ma lascia il resto a macerare nell'autocoscienza di se''. Sarebbe preferibile avere consapevolezza della propria pienezza, seppur dolorosa per chi non è abituato, seppure il cuore dopo un po' riporta lividi e indolenzimento... Sarebbe preferibile, comunque.
Ripiego su me stessa, come un globulo bianco ed il suo virus, fagocito ciò che mi rende pesante, ingombrante, vera e viva e cazzo, piena, PIENA, PIENA!
''Perciò io maledico il modo in cui sono fatto, il mio modo di morire sano e salvo, dove m'attacco. Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia quello che non c'è.''
Può "svuotarsi", e sentirsi vuoto, solo un contenitore "pieno".
RispondiEliminaChi è già niente non può diventare ancora più niente.
E allora ben vengano quelle notti.
Un sorriso. Antonia.
Grazie mille per le belle parole. =)
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